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Introduzione
L’infezione da HIV costituisce, in particolare nell’Africa Sub-Sahariana, un urgente problema di sanità pubblica: tale infezione, infatti, e la Sindrome da Immuno Deficienza Acquisita (AIDS, ossia la malattia che ne consegue quando l’infezione non viene adeguatamente trattata) colpiscono fasce di popolazione che risultano essere essenziali per lo sviluppo di un paese: i giovani adulti in età fertile, che si contagiano prioritariamente per via eterosessuale, e i bambini nati da madri infette, le quali, in assenza di efficaci misure preventive, rischiano di trasmettere l’infezione al bambino che portano in grembo nel 30% dei casi.
In tale contesto Eni Group S.p.A. decise nel 2003, di finanziare un progetto volto a limitare la diffusione di tale infezione nella Repubblica del Congo, iniziando dalla città di Pointe Noire, capoluogo del Dipartimento del Kouilou e nevralgico crocevia dei commerci dell’Africa Centrale.
La gestione di tale progetto venne affidata, nel 2004, alla Clinica di Malattie Infettive e Tropicali dell’Università degli Studi di Genova, che effettuò in loco, nel maggio dello stesso anno, una valutazione preliminare di fattibilità per definire le esigenze ed individuare le strategie più adeguate per attuare efficacemente le misure preventive.
Disegno del progetto
Obiettivo primario del progetto "KENTO-MUANA" è la riduzione del tasso di trasmissione materno infantile di HIV, in grado di garantire nuove generazioni esenti da tale infezione.
Secondariamente il progetto si propone di fornire alle donne in gravidanza un counselling in materia di HIV capace di prevenirne la futura diffusione nella fascia di età giovane-adulta della popolazione, mediante l’attuazione di comportamenti adeguati.
Preliminare e necessario alla realizzazione di tali obiettivi è stato l’allestimento di un laboratorio di diagnostica sierologica e biomolecolare in grado di fornire risultati affidabili, precoci e nel contempo fruibili da tutta la popolazione.
Tale laboratorio, inaugurato nel maggio 2005 in seno all’Hopital Régional des Armées di Pointe Noire, è stato allestito con materiale acquistato ex novo, con i fondi forniti da ENI Group, secondo i più elevati standard diagnostici internazionali.
Tale laboratorio è l’unico, in tutta l’Africa Sub-Sahariana, ad eseguire diagnosi biomolecolare sui nuovi nati con la tecnica del DNA provirale, e il primo, nella Repubblica del Congo, ad eseguire test sierologici di conferma di secondo livello.
Inaugurato nel maggio 2005 in seno all’Hopital Régional des Armées di Pointe Noire, è stato allestito con materiale acquistato ex novo, con i fondi forniti da ENI Group, secondo i più elevati standard diagnostici internazionali.
Tale laboratorio è l’unico, in tutta l’Africa Sub-Sahariana, ad eseguire diagnosi biomolecolare sui nuovi nati con la tecnica del DNA provirale, e il primo, nella Repubblica del Congo, ad eseguire test sierologici di conferma di secondo livello.
Secondariamente all’allestimento del laboratorio è stato necessario formare personale locale qualificato (medici, biologi, ostetriche e assistenti sanitari), il cui percorso formativo è stato concepito come un processo aperto, in continuo sviluppo: da luglio 2005 si sono mensilmente susseguite sessioni di formazione tenute da medici, psicologi e biologi italiani e congolesi.
Terza caratteristica fondamentale del progetto è stata inoltre l’integrazione nel Sistema Sanitario Congolese: le varie attività infatti si svolgono in strutture sanitarie pubbliche distribuite sul territorio urbano di Pointe Noire. Le donne in gravidanza che normalmente afferiscono a tre centri di consultazione prenatale (i centri di sanità integrata di Ndaka Susu e Mbota e il servizio materno-infantile dell’Hopital Régional des Armées), grazie al progetto ricevono anche un servizio di Voluntary Counselling and Testing (VCT), ossia la possibilità di eseguire in forma anonima, gratuita e volontaria un test diagnostico per HIV, dopo aver ricevuto un counselling in merito alle modalità di contaminazione.
I test vengono eseguiti nel laboratorio centrale allestito dal progetto e i risultati vengono recapitati, entro tre giorni, ai diversi centri. Alle donne che si recano al centro per ritirare i risultati viene offerta, in caso di sieropositività, una presa in carico della coppia madre-bimbo fino a tre mesi dopo il parto, al fine di evitare il contagio, secondo modalità ben codificate (vedi oltre).
In caso di sieronegatività viene rinforzato il counselling in merito alla prevenzione delle altre modalità di contagio, in modo particolare quella per via eterosessuale.
Le donne che accettano la presa in carico vengono regolarmente seguite presso i centri, dove viene loro somministrata, con cadenza quindicinale, una terapia antiretrovirale da assumere quotidianamente, composta dall’associazione di tre farmaci.
Tale procedura, insieme alla terapia peri-partum somministrata secondo schemi codificati, all’assunzione di farmaci antiretrovirali anche da parte del nuovo nato e all’allattamento artificiale esclusivo, è in grado di ridurre il tasso di trasmissione dell’infezione da HIV dalla mamma al bambino fino al 2-3 %, vale a dire di oltre dieci volte rispetto al 30% di trasmissione che si osserva in mancanza di adeguate misure preventive. Al termine della presa in carico da parte del progetto, la donna viene integrata nell’ICAARV, l’iniziativa nazionale congolese di accesso ai farmaci antiretrovirali, che ne prosegue la presa in carico a livello terapeutico.
La costante presenza in loco di due medici della Clinica di Malattie Infettive e Tropicali dell’Università degli Studi di Genova, affiancati per brevi periodi un medico, un biologo o un tecnico di laboratorio del Dipartimento di Scienze della Salute della stessa Università, ha consentito la coordinazione del progetto e lo svolgimento delle attività formative.
Risultati
Dal 1 settembre 2005, data in cui è iniziata l’attività di VCT, al 31 maggio 2006, 1932 donne gravide afferenti alle strutture selezionate hanno accettato di essere sottoposte allo screening. Tra le donne esaminate, 109 sono risultate sieropositive per HIV e tra queste 75 hanno accettato di essere prese in carico dal progetto e cioè di seguire il protocollo preventivo.
Tra le 75 donne arruolate, 30 hanno partorito. Tutti i bambini che hanno finora completato il protocollo del progetto, raggiungendo il terzo mese di vita, sono risultati esenti dall’infezione da HIV.